HUMUS: LA FRITTATA DI WOODY ALLEN
PREMESSA IN PIEGA
Non cercate di trovare in questo libro un filo logico,
un filo elettrico, un filo drammatico, ma neppure un
filobus o un filisteo, perché potreste rimanere delusi.
Se pensate al filo del discorso per cucire insieme le
varie parti, dovreste trovare, dapprima, l’ago in un
pagliaccio. L’humus, è un componente chimico del
terreno derivato da un processo di decomposizione e di
rielaborazione della materia organica. Esso rappresenta
la parte più attiva, sotto l'aspetto chimico e fisico,
della sostanza organica del terreno. Provate ad
immaginare la mente umana come un campo coltivato,
fertile, facilmente permeabile ad ogni sollecitazione
esterna ed in grado di interagire con la soluzione
circolante, al punto da influenzare le proprietà
chimiche e fisiche dei pensieri.
Ecco
che l’humus si trasforma in humor: uno stato mentale,
uno stato di grazia o di disgrazia, uno stato d’animo
creativo, una necessità dello spirito di comunicare con
il mondo in senso negativo o positivo, a seconda della
predisposizione mentale e dove il processo di
decomposizione e rielaborazione avviene attraverso una
sorta di manipolazione genetica delle parole. Al
contrario «la frittata di Woody Allen», quale enigmatica
metafora, necessita di una spiegazione più approfondita.
In primis, avevo sempre desiderato pubblicare un libro
alla Woody Allen, mio autore preferito insieme a
Marcello Marchesi ed Ennio Flaiano. Ad onor del vero,
uno libro alla Woody Allen è costituito da un insieme di
storielle surreali, riflessioni di varia umanità,
battute in ordine sparso, talvolta senza un nesso
logico. Per dirla in soldoni, senza né capo, né coda. In
genere opuscoli di tal fatta vengono dati alle stampe da
chi, come me, ha da tempo asservito il distillato dei
propri neuroni ad altre forme di espressione creativa
più redditizia (quali la pubblicità, la radio, il
cinema, il marketing, i fumetti, il web) che non la
prosa o la poesia allo stato puro, poiché sovente «carmina
non dant panem». L’idea della frittata nasce da una mera
coincidenza: molti anni addietro Gavino Sanna, noto Guru
della pubblicità italiana (categoria alla quale mi
pregio di appartenere), editò un libro intitolato «Le
uova di Woody Allen». Personalmente, ho sempre preferito
la frittata: le uova mi piace romperle e strapazzarle.
In sintesi, la frittata mantiene il riferimento alle
uova, che, chi fa o tenta di fare satira o umorismo, ha
l’inclinazione a rompere; mentre il tributo
all’eclettico Woody risulta chiaro ed evidente. Essendo
io per natura dotato di lingua tagliente e biforcuta,
prima di procedere oltre, ho voluto attardarmi in
qualche considerazione.
La maggiore conquista dell'umanità è stata sicuramente
l'acquisizione di un linguaggio parlato, articolato in
suoni, fonemi, quindi in parole, ossia la possibilità di
poter disporre di una lingua e di un corredo di codici
verbali, attraverso i quali esprimersi, dichiararsi,
confrontarsi e capirsi. Tutto ciò ha rappresentato nel
corso dei secoli una delle spinte decisive
all'evoluzione ed i cambiamenti che hanno portato l'uomo
da soggetto "tout-court" e primitivo ad individuo
moderno e raffinato. Ai più apparirà insolito il fatto
che, qualche decina di migliaia di anni addietro, l'uomo
emettesse semplicemente dei mugugni, dei lamenti, degli
ululati che lo rendevano simile agli animali. Si ritiene
che al principio gli esseri umani parlassero una sola
lingua, o almeno qualcosa del genere; pur non potendo
dar credito alla leggenda della torre di Babele, secondo
cui tutti gli idiomi si mischiarono in un caos di
dialetti, slangs e sotto-linguaggi, forse all'inizio gli
uomini parlavano davvero una sola lingua. Il perché si
sia poi perduta tale uniformità è difficile a dirsi. La
"vexata quaestio" è capire se i nostri primitivi
antenati parlassero di più o di meno, di quanto noi
stessi facciamo oggidì. Dunque, quanto hanno parlato gli
uomini nel corso della loro evoluzione mentale e
culturale? Potremmo partire da quando la parola è
passata da semplice e "naturale" mezzo di comunicazione
fra uno e più individui a sofisticato strumento di
espressione, veicolo di concetti estremamente persuasivi
e cerebralmente elaborati; in altri termini, da quando
la lingua è diventata la maniera più immediata per
esporre il proprio grado di cultura e di sviluppo
mentale. Sono esistite, ed in parte esistono, migliaia
di lingue differenti, non tutte però hanno avuto, nel
dipanarsi dell'umana vicenda, la medesima importanza e
divulgazione e soprattutto un'uguale ricchezza di
termini e di espressioni. Come può, infatti, un
individuo parlar molto se l'equipaggiamento di parole di
cui dispone è esiguo? Se non credete alla leggenda di
Atlantide, per rinvenire degli idiomi complessi bisogna
risalire agli Assiri e Babilonesi, ai Sumeri e poi
ancora agli Egizi ed agli Ebrei. Di certo le lingue
delle civiltà succitate erano bel lontane dall'elevato
gradiente di eleganza fonetica e formale che il greco
antico possedeva. La vera lingua universale
dell'antichità è stata, senza tema di smentita, il
latino (Urbis et orbis lingua), quasi come accade
oggigiorno con l'inglese. Se pensiamo ad esempio a
Cicerone, a Seneca, a Virgilio, a Lucrezio, potremmo
affermare tranquillamente che i Latini parlassero
mediamente più di noi figli del "villaggio globale".
Attenzione, poiché per due motivi si potrebbe incorrere
in errore. La lingua dell’'Urbe, per quanto ricca di
soluzioni, possedeva una dinamica rapida, un meccanismo
di sintesi quasi congenito: brevi espressioni, tutt'ora
in uso nel linguaggio giuridico, burocratico e
scientifico, conducevano a concetti, altrimenti
logorroici ed arzigogolanti. In secondo luogo, a quei
tempi, l'uso corretto dell'idioma era ad appannaggio di
pochi eletti: solo i patrizi, gli studiosi e gli alti
gradi militari potevano permettersi tale privilegio. E
"poscia che Costantin l'aquila volse", arrivarono le
orde barbariche con i loro suoni gutturali e teutonici a
complicare ancor più le cose. Più in là venne il Medio
Evo, l’era delle paure, dell'oscurantismo, della fine
del mondo imminente, della caccia alle streghe, delle
inquisizioni. Credete davvero che la gente avesse tanta
voglia di chiacchierare, anziché raccomandarsi di corsa
l'anima a Dio? L'Umanesimo fu troppo rivolto
all'introspezione interiore, alla ricerca di quest'uomo
che aveva rischiato di scomparire: all'epoca le parole
venivano introiettate nello stomaco, anziché catapultate
fuori dalla cavità orale. Si potrebbe erroneamente
ritenere che il Rinascimento sia stata un'era di grandi
"ciarlatani": a quel tempo gli uomini preferivano
esprimersi essenzialmente attraverso le arti figurative.
Nei secoli a seguire le cose non andarono molto
diversamente, tra monaci che lanciavano anatemi,
filosofi che partorivano teorie e (pre)potenti che
impartivano ordini, ai più non restava che "credere,
obbedire e combattere". Oggigiorno, al contrario, si
coniano neologismi ad una velocità supersonica, ogni
momento che passa imparentiamo il nostro nobile idioma
con i più inutili barbarismi, solo per poter dire (o
scrivere) qualche parola in più. Esiste il politichese,
il burocratese, il legalese, il giornalistese, il
giovanilese, l’internettese e tanti altri sotto-sistemi
di linguaggio che sembrano appartenere a tante diverse
etnie, ma che in realtà sono la degenerazione della
medesima lingua, gravida di neologismi fino a scoppiare.
Tutto questo, pur non producendo "qualità", fa una
notevole "quantità", dando modo alle case editrici di
aggiornare i dizionari. E’ fuorviante comunque ritenere
che i grandi pensatori ed i teorici delle conquiste
civili e sociali per la "libertà di parola" intendessero
questo. E se gli SMS, sintetici e veloci, fossero nati
per riportarci alle origini? Un linguaggio universale,
comprensibile a tutti esiste ed è l’umorismo.
In tutta onestà, devo dire che questa raccolta di
scritti scarmigliati si riferisce ad un periodo assai
lontano nel tempo, almeno nell’economia della mia vita,
ossia la seconda metà degli anni ‘80. Sono intervenuto
solo in alcune brevissime parti per adattare certi
contenuti ai tempi e renderli più comprensibili anche a
quanti negli anni dell’edonismo reaganiano non erano
neppure nati. In fondo, il colmo per un prete calvo è
fare la messa in piega... ad un autore, basta la
premessa.
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