IL SEGRETO DI GIULIO CESARE
Il racconto che vi accingete a leggere, sia pur
romanzato, si riferisce ad una serie di fatti veramente
accaduti. Non che siate obbligati a crederci, poiché
l’esistenza di un'autentica fonte storica (o di un
motivo legato ad avvenimenti storicamente documentati)
non risulta indispensabile alla stesura di un romanzo,
che può essere mera invenzione dell'autore. Quanto
descritto fra le pagine di questo libro ha però una
stretta connessione con uno dei momenti cruciali della
storia di Roma. A tal fine si è ritenuto opportuno
raccontare di eventi e di uomini storicamente esistiti,
affiancati da pochi personaggi di fantasia per ovvie
necessità di trama.
Per
quanto verosimile, il "plot" è stato adattato alle
esigenze di sviluppo narrativo senza modificare, sia pur
minimamente, le caratteristiche del principale
avvenimento intorno al quale ruota l'intera vicenda e
che si è inteso definire "Il Segreto di Giulio Cesare".
Il fatto reale, a cui si riferisce il romanzo, è stato
determinante per i destini dell'Urbe fra il 47 ed il 44
a.C., anno dell'assassinio di Giulio Cesare, divenendo
causa di tutti gli accadimenti futuri. Se ciò non fosse
avvenuto, il corso della storia di Roma avrebbe potuto
avere un differente sviluppo. Nessuno fra gli storici
dell'antichità (o tra quelli di più recente fama) ha mai
fatto riferimento alcuno alla motivazione del nostro
racconto. Il suo suggeritore involontario non ha mai
osato scrivere nulla in proposito: vuoi per l'alto ruolo
accademico svolto sino a pochi anni addietro, vuoi in
virtù dell'insolita circostanza (davvero inusuale per un
accreditato studioso) in cui egli era venuto a
conoscenza di quanto, in massima parte, vi apprestate a
leggere. Era l'anno 1956, il giorno 15 del mese di
marzo, a 2000 anni esatti dall'uccisione di Cesare ed il
Professor D.F., all'epoca giovane ricercatore con il
pallino delle sedute spiritiche, attraverso un
accreditato medium riusciva a mettersi in contatto con
un misterioso individuo contemporaneo di Cesare, ma
ignoto ai libri di storia. Costui, o per meglio dire lo
spirito di questi, esprimendosi prima in una lingua
incomprensibile, poi in greco e finalmente in latino,
aveva parlato, data la situazione, in maniera
frammentaria ed approssimativa delle vicende che hanno
ispirato questo racconto. Qualora foste diffidenti nel
considerare probabile una tale fortuita coincidenza,
sarebbe consigliabile dopo la lettura dello scritto un
accurato approfondimento degli ultimi tre anni della
vita di Giulio Cesare e dei primi anni dell'ascesa di
Ottaviano Augusto, al fine di comprendere quanto possa
essere verosimile, se non vera, la storia che vi
accingete a leggere. Facta aut ficta, realtà o
immaginazione: a voi la scelta.
Capitolo III
Frattanto in una taverna di Roma, giovinastri imberbi
e appena svezzati, vanno incontro al nuovo giorno
sospinti dal flusso dalla corrente del dio Bacco. Il
vino, leggiadro ed aromatico, compagno di viaggio e luce
nella notte, ha invaso le loro robuste membra aprendo i
cuori, disponendo i corpi al desiderio, alla passione e
all’agonismo: quel liquido inebriante, che oramai li
possiede, sembra infondere solo uno sprezzante coraggio.
Essi si mostrano in tutta la loro giovanile arroganza,
stringendo ed accarezzando le sinuose fattezze di
scaltre fanciulle, alle quali la notte, pur
nell’oscurità, sembra indicare solo strade di facili
guadagni. Quelle notti cariche di ardimento e voluttà si
concludevano sempre con il corpo intorpidito dal
veridico nettare e le borse assottigliate come una
vecchia pelle di capra. Gli aitanti rampolli di stirpe
patrizia godevano infatti dei frutti dell’altrui sudore.
Perfino i loro discorsi apparivano futili e superflui,
poiché finalizzati alla pura maramalderia e
all’esaltazione del proprio avere, raramente
dell’essere.
«Lucio, hai udito, pare che Cesare abbia ricevuto in
dono una schiava che sputa bellezza, fuoco e vanità come
una cavalla selvaggia?»
«Ho saputo, Marco, ma penso che il prode Cesare non
possegga più la forza e l’ardire di cavalcare tali
giumente.»
Nel medesimo istante, il loro sguardo si sposta verso un
angolo buio della locanda nella cui penombra siede, con
fare compassato e silenzioso, uno strano individuo
vestito con abiti di inusuale foggia, almeno presso le
romane genti: una corta tunica di stile persiano
fasciava con aderenza il suo corpo drappeggiato da un
pesante himation (1). L’uomo indossava il mantello
secondo le usanze elleniche: si era coperto prima di
tutto le spalle, lasciando cadere sul davanti le due
punte che formavano le estremità interiori del
rettangolo di stoffa. Con il braccio teso, aveva fatto
passare le pieghe sulla spalla sinistra, da cui
ricadevano a punta sulla schiena. L’insolito vestimento
induce i pivelli ad alcune sarcastiche e provocatorie
considerazioni.
«Cornelio, dimmi, è il libertino nettare che mi gioca un
brutto tiro, o i miei occhi vedono una minacciosa ombra?
Che losco figuro, non sarà per caso uno spirito del
male?»
Così dicendo il giovane Marco, seguito dall’euforica
torma dei compari, si avvicina con aria tracotante al
taciturno individuo che sembra ancora ignorarlo.
«Dico a te, uomo delle tenebre, chi sei un ladro, un
furfante, uno schiavo in fuga o un liberto? (2) Perché
indossi queste insolite vesti, tu non si romano, vero?»
– E proseguendo con piglio minaccioso. – «Maledetto
barbaro (3), perché non rispondi?»
Al contrario, lo straniero, con fare lento e seccato,
solleva lo sguardo, scruta intorno e poi riabbassa gli
occhi, quasi non avesse visto alcuno, scatenando l’ira
dei suoi interlocutori.
«Stiamo parlando a te!» – Irrompe nuovamente Lucio. –
«Chi sei Plutone (4) in fuga dagli Inferi? Parla o la
mia daga succhierà il tuo lurido sangue di cane!»
Il temerario Lucio non è ancora riuscito a poggiare la
mano sul brando della spada, che lo straniero lo ha già
immobilizzato e scaraventato con veemenza contro una
parete della taverna.
L’atletico e rapido gesto ha intanto fatto scivolare il
cupo mantello che, fino a qualche istante prima, lo
nascondeva completamente alla vista dei presenti: la sua
rocciosa e possente corporatura, ora ben in evidenza,
spaventa il resto della cordata, lasciandola nel più
rispettoso silenzio. In quei giovani volti che, fino a
qualche istante prima, sembrava scolpita tutta la
superbia di Roma, per qualche attimo si legge il
terrore, alimentato ancor di più da tuonare della
stentorea voce dell’erculeo straniero.
«Avanti, figli dei Roma, fatevi sotto e conoscerete il
prezzo della mia rabbia! Mi chiamo Antigone e giungo
dalla Grecia. Ho con me abbastanza oro e non sono
schiavo di nessuno. Sono in attesa di un amico, il
nobile Rasnos, che di certo molti di voi conosceranno
per la sua ricchezza e la sua fama di studioso.»
Nell’udire il nome di Rasnos, i temerari rampolli, che
fino a qualche minuto prima avrebbero sopportato le
fatiche di Ercole pur di testimoniare la propria
romanità, l’uno di seguito all’altro, con ossequioso
atteggiamento, si allontanano, guadagnando rapidamente
l’uscita della taverna, mentre le scroscianti risate
delle concubine si spengono come fuochi d’erba sotto i
colpi di un improvviso temporale. Gli stessi inservienti
e l’oste, travolti dal deciso proferire dello straniero,
restano immobili ed incapaci di contenere l’improvvisa
diaspora dal locale. Subito tutto tace, ma le occhiate
di Antigone, unicamente ad essi rivolte, appaiono più
eloquenti di cento spade sguainate. Il cupo silenzio
viene subito rotto dall’incedere precipitoso di un’onda
di cavalli al galoppo, dal tintinnio di armi e corazze e
dall’irruzione della bettola di cinque uomini, il più
anziano dei quali prende subito la parola.
«Benvenuto a Roma, valoroso Antigone!»
«Salve a te, sapiente Rasnos, a quanto pare nell’Urbe il
tuo nome è degno di rispetto, anzi credo che incuta un
discreto timore. Ho avuto dei dissapori con quei giovani
idioti e codardi appena usciti.»
Il ghigno di Rasnos si mostra in tutto il suo splendore,
compiaciuto delle parole di Antigone.
«Li ho veduti fuggire, ma non temere, sono solo gli
sfaticati figli della nobiltà romana. Conosco bene le
loro famiglie, tutta gente degna della massima stima.
Io, qui a Roma, sono molto più di un semplice meteco
(5). Perdona il loro spocchioso comportamento, i
Quiriti, soprattutto se giovani ed impulsivi, sono fatti
così, specie con la complicità di Dioniso (6). Ora
abbiamo cose più importanti cui pensare. Spero che non
vi siano stati altri piacevoli incontri, poiché nessuno
deve sapere del tuo arrivo in città. All’oste e ai suoi
sguatteri ci penseranno le mie guardie. Sappi che un
pugno di monete d’oro da queste parti farebbe perdere la
lingua finanche al più logorroico dei filosofi.
Riavvolgiti nel tuo mantello e seguimi prima che altri
inattesi avventori possano giungere alla taverna
vogliosi di placare l’arsura della notte con un’anfora
di vino.»
Montati a cavallo, i due muovono alla volta della dimora
di Rasnos, ubicata ad un paio di miglia di distanza
dalla villa di Cesare. Con le cavalcature spronate fino
allo spasimo, essi oltrepassano con circospezione e
premura una delle porte dell’Urbe, fuoriuscendo dalla
cinta muraria. A questo punto Antigone, rallentando
l’andatura del quadrupede, si rivolge a Rasnos.
«Dimmi, maestro, che ne è di mia sorella Minizia?»
«Non essere ansioso, i nostri fedeli seguaci sono già
entrati in azione. Agiremo con estrema cautela, poiché
la posta in gioco è davvero alta. Domani ti metterò al
corrente dei piani.»
Malcelando una certa impazienza, il corpulento Antigone
ruggisce come un leone, pronto a sfoderare gli artigli
ad ogni battito d’ali.
«Non vedo l’ora di dare inizio alla nostra vendetta,
sommo Rasnos.»
«Placa la tua impazienza, Antigone! Appena arrivati a
casa, troverai accoglienza e ristoro. Potrai così
ritemprare le tue robuste membra ed il tuo guerresco
spirito. Il compito che ti attende è assai gravoso. La
tua mente dovrà essere lucida e la tua mano precisa e
sicura.»
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